点评:Visitare la Biennale d’Arte di Venezia, almeno secondo me, richiede tempo, attenzione e soprattutto la disponibilità a cercare di comprendere ciò che si ha davanti prima di giudicarlo. Non condivido né gli entusiasmi automatici né le stroncature superficiali: davanti all’arte contemporanea è facilissimo dire “non significa nulla” quando magari non ci si è fermati abbastanza, ma è altrettanto sbagliato considerare interessante qualsiasi cosa soltanto perché esposta alla Biennale. Una recensione seria dovrebbe nascere dall’osservazione e non dalla semplice soddisfazione di poter dire “ci sono stato”. Io l’ho visitata con l’occhio inevitabilmente più critico di chi lavora professionalmente nel settore e quello che ho cercato soprattutto è stato il rapporto tra opera, spazio, materia, luce, suono e visitatore. Da questo punto di vista alcuni padiglioni mi hanno convinto molto più di altri. Tra quelli che ricordo con maggiore piacere c’è sicuramente quello dei Paesi Nordici, dove corpi, tessuti, elementi naturali e strutture che ricordano quasi un ponteggio riescono a confondersi con l’architettura stessa: non ci si limita a guardare un’opera ma si entra in un ambiente trasformato, ed è proprio questa capacità di modificare la percezione dello spazio che trovo particolarmente interessante. Buone impressioni anche dagli Stati Uniti, soprattutto nei lavori nei quali la materia acquista peso, consistenza e una presenza fisica quasi primitiva, capace di imporsi prima ancora che sia necessario leggerne la spiegazione. Il Belgio mi è sembrato invece uno dei padiglioni più immediati e leggibili, con una performance nella quale lavoro, fatica, sudore, musica, parola, movimento e scultura entravano in relazione senza bisogno di costruire attorno all’opera un eccessivo apparato teorico. Più complessa la mia impressione sull’Ungheria: interessante, sicuramente colta e ben costruita nelle intenzioni, ma a mio avviso troppo cerebrale, tanto che in alcuni momenti la teoria finisce per prevalere sull’esperienza percettiva. Ancora meno convincente per me la Spagna, dove fotografie, cartoline, immagini e materiali diversi producono un’enorme quantità di stimoli ma anche una certa confusione; capisco la scelta di un racconto frammentario, tuttavia quando il materiale diventa così abbondante credo che l’allestimento dovrebbe aiutare maggiormente il visitatore a costruire una gerarchia, mentre qui ho avuto spesso la sensazione che tutto competesse con tutto. Nella Mostra Internazionale ho trovato lavori certamente interessanti, ma procedendo nella visita ho avvertito anche una certa ripetitività dei temi e delle intenzioni: quando la linea curatoriale diventa troppo riconoscibile rischia di sovrapporsi alle opere e di rendere progressivamente prevedibile ciò che dovrebbe invece sorprendere. Tra le esperienze che mi hanno maggiormente colpito metterei il Padiglione cinese. La grande calligrafia nera non è semplicemente scrittura ma diventa ritmo, superficie e quasi architettura; all’esterno una moltitudine di elementi verticali costruisce una sorta di paesaggio artificiale che cambia con il movimento del visitatore, con la luce e soprattutto con le ombre proiettate sul terreno. È un modo intelligente di lavorare sulla tradizione senza trasformarla in una reliquia: rimane riconoscibile ma continua a muoversi e a produrre qualcosa di contemporaneo. Proprio il confronto con la Cina rende ancora più evidente la mia perplessità sul Padiglione Italia. Riconosco la qualità della lavorazione materica, l’attenzione alla manualità, alla penombra e ai fasci di luce, ma le figure verticali e quasi totemiche, dopo il primo impatto, mi sono sembrate progressivamente troppo simili tra loro e soprattutto troppo statiche. Fiori, materiali vegetali e superfici modellate creano indubbiamente immagini suggestive, ma personalmente non sempre ho percepito quella forza artistica che mi sarei aspettato, soprattutto considerando le possibilità straordinarie offerte dagli spazi dell’Arsenale. L’allestimento è solenne e molto costruito scenograficamente, ma dopo alcune opere il meccanismo diventa chiaro e la sorpresa diminuisce. Molto interessante invece il Perù, soprattutto nelle grandi superfici rosse di Sara Flores, nelle quali un disegno minuzioso e quasi ipnotico emerge progressivamente avvicinandosi all’opera: apparentemente semplici da lontano, diventano estremamente complesse osservandole nei dettagli e funzionano molto bene nel rapporto con le pareti e con la materia storica dell’Arsenale. Suggestivo anche The Aural Sea dell’Uzbekistan, uno di quei lavori nei quali l’allestimento smette di essere semplice contenitore e diventa ambiente: tende, sabbia, strutture sospese, legno e luce costruiscono un vero paesaggio che si attraversa fisicamente. Anche qui la percezione precede la spiegazione e, personalmente, è proprio questo che cerco. Interessante anche l’Argentina con Monitor Yin Yang di Matías Duville, dove sale, carbone, materia, suono e paesaggio costruiscono quasi un territorio geologico più che un’installazione tradizionale e costringono il visitatore a misurarsi fisicamente con l’opera. Nel complesso considero questa Biennale ricca, complessa, discontinua e proprio per questo interessante. Ci sono lavori che restano impressi e altri che si dimenticano pochi minuti dopo, opere nelle quali si avverte una ricerca autentica e altre dove la costruzione teorica sembra più forte del risultato. Personalmente continuo a preferire un’arte capace di comunicare qualcosa prima ancora che io debba leggerne una pagina di spiegazione: materia, spazio, luce, suono, movimento e proporzione dovrebbero già essere in grado di provocare una reazione, mentre il testo dovrebbe servire ad approfondire e non a giustificare ciò che da solo non arriva. E forse è proprio questo il modo migliore di visitare una Biennale: non correre da un padiglione all’altro per poter dire di averli visti tutti, ma fermarsi, osservare, capire ciò che si può capire e soltanto dopo formulare un giudizio. Anche critico, certamente, ma almeno consapevole.
翻译:参观威尼斯双年展,至少在我看来,需要时间、专注力,最重要的是要有在下结论之前努力去理解所见到之物的意愿。我既不认同那种不加思考的狂热追捧,也不认同肤浅的贬低:面对当代艺术时,如果我们没有花足够的时间去体会,就很容易脱口而出“这毫无意义”;但仅仅因为某件作品是在双年展上展出的,就认定它很有趣,同样也是错误的。一篇严肃的评论应当源自观察,而非仅仅为了满足“我去过那里”这种念头。我是以一个业内从业者那种不可避免地更为挑剔的眼光来参观的,我主要关注的是作品、空间、物质、光线、声音与参观者之间的关系。从这个角度看,有些展馆给我留下的印象远胜于其他展馆。在我印象最深刻的展览中,北欧的展览绝对名列前茅。在那里,人体、织物、自然元素以及类似脚手架的结构都能与建筑本身完美融合:人们不再只是观看一件作品,而是置身于一个被改造过的环境中。正是这种改变空间感知的能力让我觉得格外有趣。美国的展览也给我留下了不错的印象。尤其是在那些材料获得重量、质地以及近乎原始的物理存在感的作品中,这种存在感甚至能在需要阅读其解释说明之前就直截了当地显现出来。相比之下,比利时馆则在我看来是最直观、最容易理解的展馆之一:在那里的表演中,劳动、艰辛、汗水、音乐、言语、动作与雕塑相互交织,而无需为作品构建过于繁杂的理论框架。我对匈牙利的印象更为复杂:它很有趣,显然富有教养,在构思上也颇为精妙;但在我看来它过于理性化,以至于有时理论会凌驾于感知体验之上。而西班牙对我来说就更缺乏说服力了——那里的照片、明信片、图像以及各种素材虽带来了大量信息刺激,却也造成了一定的混乱;我理解采用碎片化叙事方式的考量。不过,当展品变得如此众多时,我认为布展方式应当更好地帮助参观者建立起层级结构;而在这里,我经常感觉到所有展品都在相互竞争。在国际展览上,我确实发现了一些很有趣的作品。不过,在继续参观的过程中,我也察觉到主题与意图存在一定的重复性:当策展理念变得过于明显时,它就有可能喧宾夺主,使得本应带来惊喜的展览内容逐渐变得可预测。在我印象最深刻的体验中,中国馆名列前茅。那些巨大的黑色书法作品并不仅仅是文字,它们化作了一种节奏。表面与近乎建筑的形态;外部则有大量垂直元素构成了一种人造景观,这一景观随着参观者的移动、光线的变化,尤其是地面上投射出的阴影而不断变幻。这是一种巧妙地继承传统的方式——既不使传统沦为陈迹,又使其保持可辨识性;它持续演变,从而创造出具有时代特征的事物。正是与中国的对比,让我对意大利馆的疑虑更加明显。我认可其材料加工的品质,也欣赏对手工技艺、昏暗光线以及光束效果的用心处理。不过,那些垂直的、近乎图腾般的造型,在初看时或许引人注目,但随后却让我觉得它们彼此过于相似,而且显得太过静止不动。花卉、植物材料以及经过塑形的表面无疑营造出了富有感染力的画面。不过就我个人而言,我并未始终感受到预期中的那种艺术力量,尤其是考虑到阿森纳场馆所提供的非凡可能性。整个布展庄重且在舞台设计上极为精心,但观看几件作品之后,其套路便变得显而易见,惊喜感也随之减弱。相比之下,秘鲁展区则要有趣得多,尤其是萨拉·弗洛雷斯创作的那些大面积红色作品。在这些作品中,一种细致入微且近乎催眠效果的图案会随着视角的靠近而逐渐显现:从远处看似乎很简单,但仔细观察细节后便会发现其极其复杂;这些图案与阿森纳尔的墙壁及历史材质相融合得恰到好处。乌兹别克斯坦艺术家创作的《The Aural Sea》同样引人入胜,在这件作品中,装置不再仅仅是简单的容器,而是演变成了一种环境元素:幕布、沙子、悬置的结构……木材与光线共同构筑出一个可以亲自穿行的真实景观。在这里,感知也先于解释;就我个人而言,这正是我所追求的。阿根廷展区的马蒂亚斯·杜维尔创作的《Monitor Yin Yang》也很有趣:岩石、木炭、物质、声音与景观共同构成了近乎一个地质地带,而非传统的装置艺术,它迫使参观者以身体去体验作品。总体而言,我认为本届双年展内容丰富且复杂。断断续续的,正因如此才有趣。有些作品令人印象深刻,而有些则在几分钟后就被遗忘;有些作品中能感受到创作者的真诚探索,有些则显得理论构建远远超出了实际成果。就我个人而言,我始终偏爱那种无需阅读任何解释文字就能传达出某种含义的艺术:物质、空间、光线、声音、运动以及比例,这些元素本身就应当能够引发观者的反应。文本的作用应当是深化理解,而非为那些单凭本身无法被理解的事物提供正当理由。或许,这才是对待双年展的最佳方式:不必匆忙地从一个展馆奔向另一个展馆以求宣称自己全都看过了,而是停下来、仔细观察、尽力去理解能理解的部分,之后才作出评判。当然,也可以是批判性的评判,但至少应当是清醒且有意识的评判。